resistenza e rimozione
Lezione 19
Table of Contents
Sigmund Freud
Parte terza
TEORIA GENERALE DELLE NEVROSI
RESISTENZA E RIMOZIONE
Signore e Signori, per progredire nella comprensione delle nevrosi abbiamo bisogno di nuove osservazioni tratte dall'esperienza; ce ne sono due, entrambe molto singolari e che a suo tempo sembrarono assai sorprendenti. Ad ambedue, per la verità, siete preparati dalle nostre discussioni dell'anno scorso.
In primo luogo: quando
ci accingiamo a far guarire un ammalato, a liberarlo dai suoi sintomi
morbosi, egli ci oppone una resistenza violenta, tenace
e persistente per tutta la durata
del trattamento. E' questo un fatto talmente strano che non
dobbiamo aspettarci che sia facilmente creduto. E' meglio non dire nulla
di questo ai congiunti dell'ammalato, poiché
costoro penseranno sempre e comunque che si tratti di una scusa da
parte nostra per giustificare la durata o l'insuccesso della
cura. Anche l'ammalato produce tutti i fenomeni di questa resistenza
senza riconoscerla come tale, ed é già un buon risultato
se riusciamo a indurlo ad adottare la nostra concezione
e a tenerne conto. Pensate un po': l'ammalato, che soffre tanto per
i suoi sintomi, facendo soffrire nel contempo le
persone che gli sono vicine, che é disposto a sostenere
tanti sacrifici di tempo,
denaro, fatica e autodisciplina per
esserne liberato, proprio lui, l'ammalato, opporrebbe
resistenza al suo soccorritore,
quasi facesse l'interesse della sua malattia.
Come suona inverosimile questa affermazione! Eppure é così;
e se qualcuno ci fa osservare questa inverosimiglianza, non
abbiamo che da rispondere che non mancano analogie in proposito,
e che chiunque si sia recato dal dentista in preda a un insopportabile
mal di denti sa di avergli trattenuto il braccio quando vedeva avvicinare
la tenaglia al dente malato. La resistenza dei malati
é di moltissime specie, estremamente scaltra, spesso
difficile da riconoscere, proteiforme nelle sue manifestazioni.
Bisogna che il medico sia diffidente e stia in guardia
contro di essa. Nella terapia psicoanalitica noi applichiamo la tecnica
che vi é nota dall'interpretazione dei
sogni. Imponiamo all'ammalato di mettersi in uno stato di tranquilla
autosservazione, di non darsi pensiero di nulla, e di riferire tutte
le percezioni interiori che può avere in tal
modo: sentimenti, pensieri, ricordi, nella successione
in cui affiorano in lui. Nello stesso
tempo lo mettiamo espressamente in guardia dal cedere a un qualsiasi
motivo che possa indurlo a operare una scelta o un'esclusione tra ciò
che gli passa per la mente, con la scusa che "é
troppo sgradevole o indiscreto per dirlo", ovvero "é irrilevante,
non c'entra, oppure non ha senso, non c'é
bisogno di dirlo". Gli raccomandiamo vivamente di seguire
sempre soltanto la superficie della sua coscienza,
di tralasciare ogni critica, qualsiasi essa sia, contro ciò
che trova, e gli confidiamo che il successo del trattamento, ma soprattutto
la sua durata, dipende dalla scrupolosità con
la quale egli osserverà questa
regola tecnica fondamentale dell'analisi. Sappiamo
già dalla tecnica dell'interpretazione dei sogni che proprio quelle
associazioni contro le quali si sollevano le perplessità
e le obiezioni da noi enumerate, contengono
invariabilmente il materiale che
conduce alla scoperta dell'inconscio. Stabilendo
questa regola tecnica fondamentale, otteniamo in primo luogo che
essa diventi il bersaglio contro cui si accanisce
la resistenza. L'ammalato cerca in tutti i modi
di svincolarsi da quanto essa stabilisce. Ora afferma che non gli
viene in mente nulla, ora che le idee
che si affollano in lui sono talmente numerose che non riesce a coglierne
nessuna con precisione. Poi osserviamo con
fastidio e stupore che cede ora a questa ora a quella
obiezione critica; si tradisce, infatti, per le
lunghe pause che intercala fra i suoi discorsi. Dopo, confessa che questa
cosa non può dirla, che se ne vergogna, e lascia che questo motivo
prevalga sulla sua promessa. Oppure dice che gli é venuto in mente
qualcosa, che riguarda però un'altra persona e
non lui stesso e che pertanto va escluso dalla comunicazione. Oppure,
che ciò che gli viene in mente all'istante
é troppo irrilevante, troppo sciocco e insensato: non
é possibile che io intendessi farlo
addentrare in simili pensieri; e così prosegue
in innumerevoli variazioni, contro le quali non resta
che spiegare che "dire tutto" significa realmente "dire
tutto". Difficilmente si trova un malato che non faccia
il tentativo di riservare per sé un qualche settore per impedirne
l'accesso alla cura. Un paziente, che non potrei fare a meno
di annoverare tra i più intelligenti, tacque a questo modo
per settimane intere una relazione intima e, invitato
a rendere conto di questa violazione della regola, che é sacra,
si difese sostenendo di aver creduto che quella storia fosse una
sua faccenda privata. Naturalmente la cura analitica non tollera
alcun diritto di asilo di questo genere.
Supponiamo che in una città come Vienna si decretasse in via
d'eccezione che nessuno potesse essere arrestato in una certa piazza,
come il Hohe Markt, o nella chiesa di Santo Stefano, e si volesse poi catturare
un determinato malfattore: l'unico posto ove saremmo sicuri di trovarlo
sarebbe quell'asilo.
Una volta mi risolvetti a concedere
a un personaggio, la cui efficienza sul lavoro era oggettivamente
molto importante, il diritto di fare un'eccezione
del genere poiché egli era sotto
un giuramento d'ufficio che gli proibiva di comunicare
determinate cose ad altri. Per la verità egli fu contento
del risultato, ma io no e mi proposi di non ripetere
un tentativo terapeutico in simili condizioni.
I malati di nevrosi ossessiva sono abilissimi nel rendere
quasi inservibile la regola tecnica
con l'applicarvi la loro iperscrupolosità
e i loro dubbi. I malati di isteria d'angoscia riescono
talvolta a portarla all'assurdo, producendo
solo associazioni che sono talmente lontane da quel che si cerca da non
portare alcun contributo all'analisi. Ma non intendo
rendervi partecipi dei modi in cui vanno
affrontate queste difficoltà tecniche. Basti dire che alla
fine, con la risolutezza e la perseveranza,
si riesce a far sì che la resistenza obbedisca,
entro certi limiti, alla regola tecnica fondamentale;
e allora essa si riversa su un altro settore. La resistenza
si presenta adesso come resistenza INTELLETTUALE, combatte argomentando,
si impadronisce delle difficoltà e delle inverosimiglianze
che un ingegno normale, ma non informato, trova nelle dottrine analitiche.
Ci tocca ora udire da questa singola voce tutte
le critiche e le obiezioni che formano
il coro assordante della letteratura scientifica. E' anche per questo
che nulla di ciò che ci viene gridato dall'esterno ci
giunge ignoto. E' una vera tempesta in un bicchier d'acqua. Comunque
il paziente é disposto a discutere, ci sollecita continuamente a
informarlo, a istruirlo, a contraddirlo, a guidarlo
in letture che possano approfondire la sua cultura. E' disposto
a diventare un seguace della psicoanalisi,
a condizione che l'analisi lo risparmi personalmente.
Tuttavia noi riconosciamo in questa brama di sapere una resistenza, una
deviazione dai nostri compiti specifici, e la respingiamo.
Dalla resistenza del nevrotico ossessivo dobbiamo aspettarci
una tattica particolare. Egli lascia
spesso che l'analisi prosegua indisturbata per la sua strada,
col risultato di illuminare vieppiù gli enigmi del suo male; alla
fine, però, ci meravigliamo che a questo
chiarimento non corrisponda alcun progresso pratico,
alcuna attenuazione dei sintomi. Giungiamo allora a scoprire
che la resistenza si é ritirata sulla posizione di dubbio
propria della nevrosi ossessiva, e di qui ci tiene testa con successo.
L'ammalato si é detto all'incirca: "Sì, tutto questo é
bello, interessante, e lo continuo anche volentieri.
Se fosse vero, cambierebbe radicalmente la mia malattia. Ma
io non credo che sia vero, e finché non lo credo
non ha niente a che fare con la mia malattia". Le cose possono procedere
a lungo così, finché alla fine ci imbattiamo
in questa sua riserva mentale, e allora scoppia la battaglia decisiva.
Le resistenze intellettuali non sono le peggiori;
su di esse si riesce sempre ad avere
il sopravvento. Il paziente però, pur rimanendo entro
l'ambito dell'analisi, sa anche creare resistenze il cui superamento
é tra i compiti tecnici più difficili. Invece di ricordare,
egli ripete quegli atteggiamenti e impulsi emotivi della sua vita
passata che, tramite la cosiddetta ''traslazione'', possono essere
impiegati per resistere al medico e alla cura. Se si tratta di un
uomo, di solito egli attinge questo materiale dai rapporti col padre,
al cui posto fa subentrare il medico, e in tal modo riesce
a fabbricarsi delle resistenze dalla
propria aspirazione all'indipendenza personale e
intellettuale, dalla propria ambizione
(che trovò il suo
primo traguardo nell'uguagliare il padre
o nel superarlo), dalla propria
riluttanza ad addossarsi una seconda volta
nella vita l'onere della gratitudine. Così, si riceve a tratti
l'impressione che nel malato l'intenzione di mettere il medico dalla parte
del torto, di fargli percepire la sua impotenza, di trionfare su
di lui, abbia completamente sostituito ogni migliore intenzione di
mettere fine alla malattia. Le donne sanno
sfruttare magistralmente ai fini della resistenza una traslazione affettuosa,
di tonalità erotica, sul medico. Se questa inclinazione raggiunge
una certa intensità, si spegne ogni interesse per la situazione
attuale della cura, viene meno ogni obbligo
da esse assunto nell'intraprenderla, e l'immancabile gelosia e irritazione
per il rifiuto inevitabile, anche se avanzato
con ogni riguardo da parte del medico, sono destinate a guastare
l'accordo personale con lui e a eliminare una delle più potenti
forze propulsive dell'analisi. Le resistenze di questo
tipo non debbono venir condannate unilateralmente.
Esse contengono tanta parte del materiale più
importante del passato dell'ammalato, e lo riproducono
in modo talmente convincente che diventano
uno fra i migliori sostegni dell'analisi, se un'abile tecnica sa dar loro
il giusto indirizzo. Nondimeno, rimane degno di nota che questo materiale
a tutta prima si pone sempre al servizio della resistenza e mostra anzitutto
la sua facciata ostile al trattamento. Si può
anche dire che, per opporsi ai mutamenti da
noi richiesti, vengono mobilitate particolarità
del carattere, atteggiamenti dell'Io. Apprendiamo qui come
queste particolarità del carattere si siano configurate
in rapporto alle condizioni che hanno determinato la nevrosi e in
reazione alle esigenze da essa poste; e si discernono tratti
di questo carattere che altrimenti non potrebbero manifestarsi,
o almeno non lo potrebbero in questa misura, e
che si possono definire tratti latenti.
Non dovete neanche farvi l'idea che noi scorgiamo nel
manifestarsi di queste resistenze un'imprevista
minaccia per l'influsso esercitato dall'analisi. No, noi sappiamo
che queste resistenze devono venire alla luce; siamo
scontenti solo se non riusciamo a suscitarle in forma abbastanza
distinta e non possiamo chiarirle all'ammalato. Anzi, comprendiamo
alla fin fine che il superamento di queste
resistenze é la funzione essenziale dell'analisi ed
é l'unica parte del nostro lavoro che ci dà
la sicurezza di essere riusciti a ottenere
nel malato qualche risultato. Aggiungete ancora che l'ammalato sfrutta
tutti gli accidenti che si verificano durante il trattamento
per disturbarlo, che utilizza come motivo per allentare i suoi
sforzi ogni diversione esterna, ogni dichiarazione di persona autorevole
a lui nota e ostile all'analisi, una
malattia organica casuale o una malattia che complichi
la nevrosi, perfino ogni miglioramento del suo stato, e avrete
così ottenuto un quadro approssimativo,
e pur sempre incompleto, delle forme e dei mezzi della resistenza
nella lotta contro la quale si svolge
ogni analisi. Mi sono dilungato su questo punto con tanti particolari,
perché occorre dire che questa esperienza, che abbiamo
fatto con la resistenza opposta dai nevrotici
all'eliminazione dei loro sintomi, é diventata la base della
nostra concezione dinamica delle nevrosi. Originariamente
Breuer e io stesso abbiamo esercitato la psicoterapia con il mezzo dell'ipnosi;
la prima paziente di Breuer era stata
curata esclusivamente sotto influsso ipnotico, e
in un primo tempo anch'io seguii il
metodo di Breuer. Confesso che il lavoro
procedeva più facilmente e piacevolmente, oltre che in tempo molto
più breve; ma gli esiti erano capricciosi e instabili, perciò
alla fine abbandonai l'ipnosi. E allora capii che
una comprensione della dinamica di queste affezioni non era
possibile finché ci si serviva dell'ipnosi.
Questo stato riusciva a sottrarre
alla percezione del medico proprio l'esistenza della
resistenza. La respingeva indietro, sgombrando un certo
campo per il lavoro analitico e ammassandola ai confini
di esso, col risultato che la resistenza diventava impenetrabile,
più o meno come il dubbio della nevrosi
ossessiva. Perciò potei anche affermare
che la psicoanalisi vera e propria ha avuto inizio
con la rinuncia all'aiuto dell'ipnosi. Proprio perché
il riconoscimento della resistenza é diventato così importante,
non sarà fuori luogo avanzare un cauto dubbio, se non sia cioè
avventato supporre l'esistenza stessa delle resistenze. Forse
ci sono realmente casi di nevrosi ove i motivi per cui le associazioni
si rifiutano di presentarsi sono altri; forse gli
argomenti contro i nostri presupposti
meritano davvero una valutazione di merito e abbiamo torto
a mettere comodamente in disparte, tacciandola
di resistenza, la critica intellettuale degli analizzati.
Sissignori, ma noi non siamo giunti alla leggera a formarci questo giudizio.
Abbiamo avuto occasione di osservare uno per uno
questi pazienti critici, all'apparizione e dopo la scomparsa di una
resistenza. Questa, infatti, nel corso di
un trattamento, cambia costantemente la sua intensità; cresce
sempre quando ci si accosta a un nuovo argomento, tocca il
massimo al culmine della sua elaborazione e ricade quando il tema
é esaurito. Inoltre, se non siamo incorsi in particolari goffaggini
tecniche, non ci troviamo mai a fronteggiare tutta quanta la resistenza
che un paziente può esplicare.
Abbiamo quindi raggiunto il convincimento
che uno stesso individuo dimette e riassume il suo atteggiamento
critico innumerevoli volte nel corso dell'analisi. Se stiamo
per rendergli cosciente un nuovo
e per lui particolarmente penoso frammento
del materiale inconscio, egli é estremamente critico;
se prima aveva capito e accettato molte cose,
ora queste acquisizioni sono come cancellate; nella
sua smania di opposizione a ogni costo, egli può offrire il
ritratto perfetto di un deficiente affettivo. Non appena siamo
riusciti a fargli superare questa nuova resistenza, egli riacquista
la sua perspicacia e la sua comprensione. La sua critica non é
dunque una funzione indipendente e come tale meritevole di
rispetto: essa é al servizio dei suoi atteggiamenti affettivi e
viene diretta dalla sua resistenza. Se qualcosa non gli va genio,
egli può opporvisi con molto acume e apparire
assai critico; se invece qualcosa rientra nelle sue preferenze,
può mostrarsi un credulone. Forse noi tutti
non siamo molto diversi; l'analizzato mostra
così chiaramente questa dipendenza dell'intelletto dalla vita affettiva
solo perché nell'analisi noi lo mettiamo tanto alle strette. Concludendo,
qual é la nostra risposta all'osservazione
che l'ammalato lotta così energicamente contro l'eliminazione dei
suoi sintomi e contro il ristabilimento di un normale decorso dei
suoi processi psichici? Noi diciamo che in quel punto ci é
capitato di avvertire potenti forze che si oppongono a un mutamento
della sua condizione: devono essere quelle stesse forze che
a suo tempo hanno provocato questa condizione.
Nella formazione dei sintomi deve essere avvenuto qualcosa, che noi ora
possiamo ricostruire in base a quanto abbiamo sperimentato nella risoluzione
dei sintomi stessi. Sappiamo già dall'osservazione
di Breuer che l'esistenza del sintomo presuppone che un qualche processo
psichico non sia stato portato a termine in modo normale
e tale da consentirgli di diventare cosciente. Il sintomo é
un sostituto di ciò che in quel punto non ha avuto
luogo. Sappiamo ora in quale punto dobbiamo localizzare l'azione
della forza a cui abbiamo accennato. Deve essersi
trattato di una violenta opposizione a che il processo
psichico messo in questione penetrasse fino alla coscienza,
per questo esso rimase inconscio. Come tale, ebbe il potere di formare
un sintomo.
La stessa opposizione si solleva di nuovo durante la
cura analitica, contro lo sforzo di rendere cosciente ciò
che é inconscio. E' quel che avvertiamo
come resistenza. Al processo patogeno che ci viene dimostrato dalla
resistenza abbiamo dato il nome di RIMOZIONE.
Di questo processo di rimozione
dobbiamo ora farci un'idea più precisa. Esso é la condizione
preliminare per la formazione del sintomo, ma é
anche qualcosa per cui non abbiamo paragoni.
Prendiamo come termine di riferimento un impulso,
un processo psichico tendente a convertirsi in azione. Come sappiamo,
possiamo respingerlo mediante ciò che chiamiamo riprovazione o condanna:
in quel momento gli viene sottratta l'energia della quale
dispone, diviene impotente, ma può continuare a sussistere
come ricordo: l'intero processo attraverso il quale si prende
una decisione nei suoi riguardi si svolge con la consapevolezza dell'Io.
Accadrebbe tutt'altro nel caso che lo stesso
impulso venisse sottoposto [anziché a condanna] a rimozione: manterrebbe
la sua energia e non ne rimarrebbe alcun ricordo; inoltre il processo
di rimozione si effettuerebbe all'insaputa dell'Io. Col
paragone suddetto non ci avviciniamo peraltro all'essenza della rimozione.
Le sole rappresentazioni teoriche che si sono mostrate utili
a fissare in una forma più precisa il concetto di rimozione
sono le seguenti. Anzitutto é necessario procedere dal
senso puramente descrittivo della parola "inconscio"
al senso sistematico di questa stessa parola, ossia va
detto che il fatto che un processo psichico sia conscio o inconscio é
soltanto uno dei suoi attributi e non necessariamente
un attributo privo di ambiguità. Se un processo
psichico é rimasto inconscio, questa esclusione
dalla coscienza é forse solo un indizio del destino che ha subìto,
e non il destino stesso. Per
raffigurarci concretamente questa eventualità supponiamo
che ogni processo psichico - si deve
ammettere qui un'eccezione, che menzioneremo più
tardi - esista dapprima in uno stadio o fase inconscia e che solo da questa
passi alla fase conscia, pressappoco come
un'immagine fotografica dapprima é una negativa
e poi diventa una vera figura attraverso la riproduzione positiva.
Non ogni negativa, tuttavia, deve necessariamente
diventare una positiva; allo stesso modo non é
necessario che ogni processo psichico inconscio si trasformi in un processo
cosciente.
Ci esprimeremo meglio dicendo che il singolo processo
appartiene dapprima al sistema psichico dell'inconscio e poi, se si verificano
certe condizioni, può passare nel sistema di ciò che é
cosciente. La rappresentazione più rozza di questi
sistemi - e cioè la rappresentazione
spaziale - é per noi la più comoda. Paragoniamo quindi
il sistema dell'inconscio a una grande anticamera, in cui gli
impulsi psichici giostrano come singole entità. Comunica con
questa anticamera una seconda stanza più stretta, una
specie di salotto, in cui risiede anche la coscienza. Ma sulla
soglia tra i due vani svolge le proprie mansioni un guardiano,
che esamina, censura i singoli impulsi psichici e non li ammette
nel salotto se non gli vanno a genio. Comprenderete
subito che non fa molta differenza se il guardiano respinge un impulso
non appena esso compare sulla soglia, o se
lo caccia via dopo che é entrato nel salotto. E' solo questione
del grado della sua vigilanza e della sua tempestività nel
riconoscimento. L'attenerci a questa immagine ci permette
ora un ulteriore ampliamento
della nostra nomenclatura. Gli impulsi nell'anticamera
dell'inconscio sono sottratti allo sguardo della
coscienza, che infatti si trova nell'altra stanza: inizialmente
essi sono destinati a restare inconsci. Se
si sono già spinti fino alla soglia e sono stati
rimandati indietro dal guardiano, ciò
significa che sono inammissibili alla coscienza.
In tal caso li chiamiamo RIMOSSI. Ma anche gli impulsi che il guardiano
ha ammesso oltre la soglia non sono per questo diventati necessariamente
coscienti; lo possono diventare solo se riescono
ad attirare su di sé lo sguardo della coscienza.
A buon diritto chiamiamo perciò questo secondo
vano il sistema del PRECONSCIO. In questo sistema il diventare
cosciente mantiene soltanto il senso descrittivo. Incorrere nella
rimozione significa invece, per ogni singolo impulso, che il
guardiano non gli consente di penetrare dal sistema dell'inconscio in quello
del preconscio. E' lo stesso guardiano con cui facciamo
conoscenza sotto forma di resistenza quando
cerchiamo di eliminare la rimozione mediante il trattamento
analitico. Ora so bene che direte che queste rappresentazioni
sono tanto rozze quanto fantastiche
e del tutto inammissibili in
un'esposizione scientifica. Lo so che sono rozze; anzi, ancora di
più, so che sono inesatte e se non mi sbaglio
di molto, ho già pronto un sostituto migliore.
Se continueranno a sembrarvi fantastiche anche
in seguito, non lo so. Per il momento sono rappresentazioni
ausiliarie, come l'omino di Ampére che nuota nel circuito
elettrico, e non sono da disprezzare, in quanto
sono utili per capire i dati dell'osservazione. Vorrei assicurarvi
che queste rozze ipotesi dei due vani, del guardiano sulla soglia
tra di essi e della coscienza come spettatrice all'estremità
della seconda sala, hanno purtuttavia
un significato in quanto approssimazioni molto vicine
al reale stato dei fatti. Vorrei anche
sentirvi ammettere che le
nostre designazioni di "inconscio", "preconscio"
e "conscio" sono assai
meno pregiudizievoli e più facilmente giustificabili
di altri termini che sono stati proposti
o sono entrati nell'uso,
come "subconscio", "paraconscio", "intraconscio" e simili. Ciò acquisterà
in significato ai miei occhi se mi farete osservare che una
sistemazione dell'apparato psichico, quale quella da me qui supposta
per spiegare i sintomi nevrotici, si regge solo se é universalmente
valida e quindi dà informazioni anche
sulla funzione normale. Giustissimo. Non possiamo
ora approfondire questo ragionamento, ma il
nostro interesse per la psicologia della formazione
dei sintomi é destinato
ad aumentare straordinariamente se esiste
la prospettiva di ricavare dallo studio delle condizioni
patologiche informazioni relative al normale accadere
psichico, che é così ben celato. Non riconoscete, del
resto, l'elemento su cui si basano le nostre ipotesi dei due sistemi,
del loro rapporto reciproco e con la coscienza?
Il guardiano tra l'inconscio e il preconscio non
é nient'altro che la censura, alla quale, come scoprimmo, é
soggetta la conformazione del sogno manifesto.
I residui diurni, che abbiamo
visto essere i suggeritori del sogno, erano materiale
preconscio che aveva subìto durante la notte,
nello stato di sonno, l'influsso di impulsi di desiderio inconsci
e rimossi, e in comunanza con essi, grazie alla loro energia, aveva potuto
formare il sogno latente. Sotto il dominio del sistema
inconscio questo materiale aveva subìto una rielaborazione - la
condensazione e lo spostamento - quale é sconosciuta
o ammessa solo eccezionalmente nella vita psichica normale, ossia nel sistema
preconscio. Questa diversità del modo di operare
costituì per noi la caratteristica dei due sistemi; mentre
il rapporto che il preconscio ha con la coscienza valse
per noi solo come segno dell'appartenenza a uno dei due
sistemi. Ebbene, il sogno non é
più un fenomeno patologico; esso può
presentarsi in tutte le persone sane che soggiacciono alle
condizioni dello stato di sonno. Questa ipotesi sulla struttura
dell'apparato psichico, che ci permette
di comprendere nello stesso tempo la formazione dei sogni e
quella dei sintomi nevrotici, ha un diritto incontrovertibile
a essere presa in considerazione anche per la vita psichica normale. Questo
é quanto vogliamo dire per ora sulla rimozione. Essa, però
é solo la condizione preliminare per la formazione
dei sintomi. Come sappiamo, il sintomo é un sostituto
di qualcosa che fu impedito dalla
rimozione. Tuttavia, dalla rimozione
alla comprensione di questa struttura sostitutiva la strada
é ancora lunga. Guardando il problema dall'altro
lato, la presenza della rimozione solleva i seguenti
interrogativi: quale specie di impulsi psichici soggiacciono
alla rimozione? da quali forze viene essa attuata? per
quali motivi? In proposito abbiamo finora accertato
una sola cosa. Nell'indagine sulla resistenza abbiamo
appreso che essa ha origine da forze dell'Io, da
particolarità note e latenti del carattere. Sono queste,
pertanto, che hanno provveduto anche alla rimozione o che,
perlomeno, hanno concorso ad attuarla. Tutto il resto ci é
ancora sconosciuto.
A questo punto
ci viene in aiuto il secondo dato
attinto dall'esperienza e che avevo annunciato.
Cioè, sulla base dell'analisi possiamo indicare,
in via del tutto generale, quale sia l'intenzione dei sintomi
nevrotici. Anche qui non c'é niente di nuovo per voi. Ve l'ho
già mostrato in due casi di nevrosi. Ma, a dire il vero, che
significano due casi? Avete il diritto di pretendere
che ve ne vengano mostrati duecento, infiniti. C'é solo una
cosa: che evidentemente non posso farlo. Qui deve subentrare ancora
una volta la vostra esperienza personale ovvero la fede,
che in questo punto può appellarsi alle unanimi dichiarazioni
di tutti gli psicoanalisti. Vi ricorderete che nei due casi, i
cui sintomi sottoponemmo a un'accurata indagine,
l'analisi ci iniziò agli aspetti più intimi della vita sessuale
delle malate in questione. Nel primo caso, inoltre,
riconoscemmo con particolare chiarezza l'intenzione o
tendenza del sintomo esaminato; forse nel secondo caso essa era un po'
nascosta per una complicazione che sarà menzionata più
tardi. Ebbene, le stesse cose che abbiamo visto in quegli esempi,
ce le mostrerebbero tutti gli altri casi che sottoponessimo ad analisi.
Ogni volta verremmo portati dall'analisi
a individuare le esperienze sessuali
e i desideri sessuali dell'ammalato e ogni volta dovremmo costatare
che i suoi sintomi servono alla stessa intenzione. Tale
intenzione si rivela essere il soddisfacimento di desideri sessuali:
i sintomi servono al soddisfacimento sessuale degli ammalati, sono
un sostituto di questo soddisfacimento che a loro manca nella vita. Pensate
all'azione ossessiva della nostra prima paziente. La donna sente la mancanza
del marito intensamente amato, con il quale non può condividere
l'esistenza per via delle deficienze e debolezze da lui
mostrate. Essa deve rimanergli fedele, non può
mettere nessun altro al suo posto. Il suo sintomo ossessivo le dà
ciò che brama, innalza il marito, rinnega
e corregge le sue debolezze, soprattutto la sua impotenza. Questo
sintomo é fondamentalmente l'appagamento
di un desiderio, proprio come un
sogno, e precisamente - ciò che non sempre é
il sogno - é l'appagamento di un desiderio erotico.
Nel caso della nostra seconda paziente, avrete come minimo
potuto desumere che il suo cerimoniale vuole ostacolare
i rapporti tra i genitori o impedire che dagli stessi nasca un altro
figlio. Avrete indovinato altresì che esso,
in fondo, é inteso a mettere lei stessa al posto della madre. Dunque,
nuovamente allontanamento di ciò che
dà fastidio al proprio soddisfacimento sessuale e appagamento
di desideri sessuali. Della complicazione accennata parleremo fra poco.
Signori, preferisco anticipare le necessarie
precisazioni che vanno aggiunte affinché queste mie affermazioni
diventino qualcosa di universalmente valido. Vi
faccio perciò osservare che tutto quanto dico qui sulla rimozione,
nonché sulla formazione e il significato
dei sintomi, é stato ricavato da tre forme di nevrosi - l'isteria
d'angoscia, l'isteria di conversione e la
nevrosi ossessiva - e vale dunque in primo luogo solo
per queste forme. Queste tre affezioni, che siamo soliti riunire
in un unico gruppo come NEVROSI DI TRASLAZIONE,
circoscrivono anche il campo nel quale può esplicarsi la terapia
psicoanalitica. Le altre nevrosi sono state di
gran lunga meno studiate dalla psicoanalisi; un motivo di tale
trascuranza, per un gruppo di esse,
é stato certamente l'impossibilità
di esercitare qualsiasi influsso terapeutico. Non dimenticate,
inoltre, che la psicoanalisi é una scienza ancora molto giovane,
che la preparazione a essa richiede molta fatica per un lungo periodo,
e che sino a non molto tempo fa tutto ricadeva sulle spalle di una sola
persona. Tuttavia siamo ovunque in procinto
di penetrare nei meccanismi di queste altre affezioni, diverse dalle nevrosi
di traslazione.
Spero di potervi in seguito illustrare
gli ampliamenti che le nostre ipotesi e i nostri risultati
conseguono nell'adattarsi a questo
nuovo materiale, e di mostrarvi che questi ulteriori
studi non hanno condotto a contraddizioni ma sono riusciti
a costituire unità superiori. Stabilito dunque che tutto
ciò che viene detto qui vale per le tre nevrosi
di traslazione, vi comunicherò un dato che accresce il valore
dei sintomi. L'esame comparativo delle cause che
provocano lo scoppio della malattia dà infatti un risultato
che si lascia esprimere nella formula: tali persone si ammalano in un modo
o nell'altro per una FRUSTRAZIONE, e cioè quando la realtà
si oppone al soddisfacimento dei loro desideri sessuali.
Vedete quanto perfettamente questi due risultati
concordino tra loro. Quindi i sintomi vanno più
che mai concepiti come
un soddisfacimento sostitutivo di quanto é
venuto a mancare nella vita. Non c'é dubbio che é possibile
muovere ogni sorta di obiezioni contro la
tesi che i sintomi nevrotici siano
sostituti di soddisfacimenti sessuali. Oggi discuterò
due di queste obiezioni. Quando voi stessi
avrete condotto esami analitici su un considerevole
numero di nevrotici, verrete forse
a dirmi, scuotendo il capo, che in
una serie di casi ciò non é affatto vero; i
sintomi sembrano contenere piuttosto
l'intenzione contraria, quella di escludere o di sopprimere il soddisfacimento
sessuale. Non contesterò l'esattezza della vostra interpretazione.
In psicoanalisi le cose sono solite essere un po' più
complicate di quel che vorremmo. Se fossero così
semplici, non ci sarebbe forse stato bisogno della psicoanalisi per
portarle alla luce. In realtà, già alcuni
tratti del cerimoniale della nostra seconda paziente
rivelano questo carattere ascetico,
ostile al soddisfacimento sessuale: per esempio,
quando allontana gli orologi, che ha il senso magico
di evitare erezioni notturne; oppure quando vuol
prevenire la caduta e la rottura di vasi, ciò che equivale
a una protezione della sua verginità.
In altri casi da me analizzati di cerimoniale
del coricarsi, questo carattere negativo era di gran lunga più
pronunciato; il cerimoniale poteva consistere interamente
in misure di difesa contro ricordi e tentazioni
sessuali. Nondimeno, abbiamo già appreso tante volte in psicoanalisi
che gli opposti non implicano alcuna contraddizione. Potremmo
estendere la nostra affermazione e dire che i sintomi
mirano o a un soddisfacimento sessuale o a
una difesa dallo stesso, e precisamente che
nell'isteria prevale in complesso il carattere positivo di appagamento
del desiderio, mentre nella nevrosi ossessiva prevale
il carattere negativo, di tipo ascetico. Se i sintomi possono servire al
soddisfacimento sessuale come pure al suo opposto, questa bilateralità
o polarità trova un'eccellente giustificazione in un
aspetto del loro meccanismo che non ci é ancora venuto fatto
di menzionare. Essi sono, come apprenderemo, risultati
di compromesso, scaturiti dall'interferenza di
due correnti contrastanti, e fanno le veci tanto di ciò
che viene rimosso quanto della forza rimovente
che ha pure cooperato alla loro formazione. La sostituzione può
poi riuscire più favorevole all'una o all'altra parte,
ma raramente una delle due influenze é del tutto assente.
Nell'isteria perlopiù viene
raggiunto l'incontro di entrambe le intenzioni nel medesimo sintomo.
Nella nevrosi ossessiva le due parti spesso
divergono; il sintomo diventa allora bifasico [si attua
in due tempi], consiste di due azioni, una successiva all'altra,
che si annullano a vicenda. Non sarà così facile eliminare
una seconda perplessità. Se passate in rassegna una serie considerevole
di interpretazioni di sintomi, in un primo tempo
giudicherete probabilmente che in esse il concetto di
soddisfacimento sessuale sostitutivo é stato esteso
fino a includervi casi estremi. Non mancherete di sottolineare che questi
sintomi non offrono alcun reale soddisfacimento, che
si limitano abbastanza spesso a ravvivare una sensazione
o a dar forma a una fantasia proveniente
da un complesso sessuale; inoltre, che il supposto soddisfacimento
sessuale rivela spesso un carattere infantile e indegno, che si avvicina
per esempio a un atto masturbatorio, o che
ricorda i viziacci sudici che si proibiscono e
da cui si riescono a disabituare perfino i bambini. Ed esprimerete
inoltre la vostra meraviglia che si voglia far passare
per soddisfacimento sessuale ciò che dovrebbe forse essere descritto
come soddisfacimento di appetiti crudeli o mostruosi, da definirsi perfino
innaturali. Su quest'ultimo punto, Signori, non arriveremo
a un accordo se prima non avremo sottoposto a indagine approfondita la
vita sessuale umana e non avremo stabilito che
cosa sia lecito chiamare "sessuale".